La corsa all’accaparramento delle terre

In Africa, in Asia e in America latina, da alcuni anni tiene banco il controverso tema dell’accaparramento di terre – in inglese, land grabbing – ovverosia l’acquisizione di larghi appezzamenti, da parte di soggetti stranieri pubblici o privati, per la coltivazione di prodotti destinati al mercato nazionale ed estero.

Un fenomeno che ha subito una forte accelerazione dopo la crisi economica del 2008 e che, secondo i dati dell’International Land Coalition, ha registrato negli ultimi dieci anni la vendita di 106 milioni di ettari di terreno nei paesi in via di sviluppo. Per avere un’idea più precisa basti pensare che in questo momento nei paesi più poveri ogni quattro giorni un’area di terra più grande dell’intera città di Roma viene venduta ad investitori stranieri. Questi terreni, se fossero coltivati potrebbero dar da mangiare al miliardo di esseri umani che oggi soffrono la fame. Ma due terzi dei nuovi proprietari prevedono di esportare tutto quello che su queste terre viene e verrà prodotto. Quasi il 60% di questa terra inoltre è destinata a colture utilizzabili per i biocarburanti. Quando invece servirebbero maggiori investimenti a favore dei piccoli agricoltori.

A dare il via all’acquisto di grandi appezzamenti di terreni in Africa e in Sud America è stato re Abdullah dell’Arabia Saudita, che sulla scia della crisi alimentare del 2008, si è accorto che il petrolio portava miliardi di dollari ma che in tutto il suo immenso regno galleggiante su un mare di greggio non c’era un solo angolo di terra che producesse qualcosa di commestibile per i suoi sudditi. Così ha deciso di usare i petrodollari per acquistare migliaia di ettari di terreno in Etiopia e affittare immensi appezzamenti di terra in Zambia e in Tanzania, dove coltivare riso e cereali a buon prezzo per le esigenze del suo regno.

La Cina, sempre in cerca di risorse alimentari e minerarie, ha seguito subito l’esempio del sovrano saudita, dando vita a un vero e proprio rastrellamento di terreni su scala mondiale, come prova l’acquisto di due milioni e 800mila ettari nella Repubblica democratica del Congo, di due milioni di ettari in Zambia, di diecimila in Camerun, di quattromila in Uganda e di tremila in Tanzania. Oltre all’affitto di migliaia di ettari in Algeria, in Mauritania, in Angola e in Botswana. Senza dimenticare che i terreni non vengono solo coltivati, ma forniscono anche immense risorse minerarie che chiaramente Pechino sfrutta a man bassa senza alcun beneficio per le popolazioni locali.

Dopo la Cina a lanciarsi nel land grabbing è stata un’altra potenza emergente: l’India. Usando lo stesso sistema cinese, Nuova Delhi ha iniziato a comprare cinquantamila ettari in Laos, sessantanovemila in Indonesia, diecimila in Paraguay e anche in Uruguay. Ma il grosso degli acquisti gli indiani lo hanno fatto in Argentina dove hanno acquistato 614mila ettari di terreno, poi, in ordine decrescente, in Etiopia (370mila ettari), in Malesia (289mila ettari) e in Madagascar (232mila ettari).

Senza tralasciare il dinamismo della Corea del Sud che, attraverso le multinazionali Daewoo e Hyundai, sta comprando terreni in tutta l’Africa. Poi ci sono anche Qatar, Bahrain, Emirati Arabi Uniti che usano i petrodollari per acquistare centinaia di migliaia di ettari di terreno fertile in Africa e in Sud America. Mentre, prima della rivolta di febbraio, la Libia aveva barattato un contratto di fornitura di gas all’Ucraina in cambio di 247mila ettari di terreno. Non mancano infine le solite multinazionali del cosiddetto “primo mondo”, in prevalenza industrie alimentari ma anche industrie minerarie.

Numerosi istituti di ricerca e agenzie governative internazionali sostengono che il fenomeno del land grabbing potrebbe rappresentare un’importante occasione di sviluppo e apportare benefici economici non soltanto agli investitori stranieri ma anche ai paesi destinatari degli investimenti. Gli accordi commerciali per l’acquisto della terra permetterebbero ai paesi africani di aumentare la produttività agricola e di liberarsi dalla dipendenza dagli aiuti stranieri. Sono soprattutto le istituzioni finanziarie internazionali a incoraggiare questi accordi tra le grandi multinazionali e i paesi in via di sviluppo.

Negli ultimi mesi, il land grabbing è stato oggetto di studio della Commissione delle Nazioni Unite sulla sicurezza Alimentare Mondiale. Il forum dell’Onu ha adottato un documento che contiene le linee guida per proteggere le popolazioni locali dai danni provocati da questa pratica, in cui vengono stabilite regole di trasparenza rispetto alle procedure di investimento e acquisizione della proprietà dei suoli, rafforzando il ruolo e la partecipazione degli agricoltori locali e delle piccole aziende.

Nello studio viene riconosciuto agli investimenti pubblici e privati il ruolo indispensabile di migliorare la sicurezza alimentare dei paesi più poveri, ma raccomandata la messa in atto di meccanismi di tutela che preservino i diritti di proprietà delle popolazioni locali. Queste linee guida costituiscono un importante punto di riferimento per le autorità nazionali, ma anche per gli investitori e i gruppi della società civile che si occupano delle questioni legate alla difesa dei diritti delle comunità rurali.

Un rapporto di Oxfam, dal titolo “Chi ci prende la terra, ci prende la vita”, evidenzia come errate strategie di investimento possono incidere negativamente sulle capacità di sussistenza delle comunità interessate; la deforestazione, provocata dallo sfruttamento delle terre, può inoltre contribuire alla perdita della biodiversità e delle riserve forestali.

In una migliore ipotesi, diversi sono i benefici che si potrebbero trarre dal business degli investimenti fondiari: l’aumento delle riserve in valuta estera; una maggiore disponibilità di prodotti agricoli per le industrie di trasformazione e, non ultimo, un aumento delle opportunità di impiego e del reddito nazionale, derivante dall’affitto delle terre.

Per massimizzare tali benefici sarebbe necessario attivare un sistema di monitoraggio e supporto per gli investitori (sia nazionali che stranieri), che contribuirebbe a ridurre gli effetti negativi della degradazione delle risorse naturali; intensificare i legami e la partecipazione di tutte le parti interessate dal processo di affitto delle terre, così da accrescere la sostenibilità sociale e da creare mezzi di sussistenza alternativi.

L’International Food Policy Research Institute, ritiene che gli accordi commerciali per le acquisizioni delle terre possono definirsi davvero convenienti per i paesi destinatari degli investimenti, solo se condotti in maniera trasparente, nel rispetto dei diritti di proprietà esistenti e se consentono una ridistribuzione a livello locale dei profitti. Nel frattempo i governi africani guardano con interesse a queste transazioni, soprattutto per l’ingresso di valuta estera e per il carico fiscale da applicare alle aziende straniere, cercando di attrarre nuovi investimenti.

Nella realtà dei fatti i prodotti coltivati su queste terre acquistate da soggetti stranieri sono destinati alle esportazioni e non al mercato locale. Mentre è evidente che questa corsa all’accaparramento delle terre nasconde una forma insidiosa di sfruttamento che rischia di instaurare un nuovo colonialismo in Africa.

Categorie: Land grabbing | Tag: , , , , | Lascia un commento

Navigazione articolo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

African Arguments

Cercando l'Africa vera.... il blog di Marco Cochi

Omnes...oltre i confini onlus

Associazione senza fini di lucro, apartitica e laica, promuove e svolge attività di cooperazione e di educazione allo sviluppo in favore delle popolazioni in condizioni di disagio o vittime di guerra.

Free Animals, Loved & Respected

There are no words to justify the extermination Animal

Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

AFRICAN VOICES

Just another WordPress.com site

SguardiPersiani

L'Iran visto da fuori e da dentro......Il blog di Antonella Vicini

Farfalle e trincee

Sulla Via della seta, tra crisi energetiche e crisi esistenziali

Africa is a Country

a site of media criticism, analysis and new writing

Café Africa

Conversations on a continent to be known

Il Ragazzo Geopolitico

Un sito di GloPolitica

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: