Elefanti a rischio estinzione in Africa centrale

Sebbene il divieto di commerciare avorio sia stato imposto per la prima volta nel 1989, negli ultimi dieci anni oltre il 60% degli elefanti africani di foresta è stato ucciso dai bracconieri. Se si prosegue con questo ritmo e non si adotteranno misure efficaci per porre un freno a questo massacro, entro il 2025 la specie rischia di essere completamente estinta.

L’allarmante dato è contenuto in uno studio, che prende in esame un periodo di nove anni, realizzato dai ricercatori del Wildlife Conservation Society, della Zoological Society of London e di numerose altre organizzazioni per la conservazione della fauna, che hanno esteso le proprie indagini in cinque paesi dell’area subsahariana: Camerun, Repubblica del Congo, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo e Gabon.

Nella ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica PLoS One, è evidenziato come sia andato perduto il 62% del numero complessivo di elefanti della foresta dal 2002 al 2011, una percentuale dieci volte superiore alla norma, incrementata dal criminale operato dei cacciatori di frodo. Un’autentica strage che ha trasformato la coppia di incisivi fuori misura, che svettano sulla proboscide dei grandi pachidermi, in uno dei simboli della mattanza africana del ventunesimo secolo.

I dati confermano, dunque, il timore dei biologi e degli ambientalisti riguardo il rischio di estinzione, entro il prossimo decennio, degli elefanti che vivono nelle foreste pluviali del cuore dell’Africa. Questa specie, il cui nome scientifico è Loxodonta cyclotis, ha le zanne dritte, molto dure e di un colore vagamente rosato. Attualmente conta in Africa circa 100mila esemplari, rispetto ai 400mila dell’elefante della savana (Loxodonta africana).

Una mattanza indiscriminata alimentata dalla moda dell’avorio, diventato uno status symbol per la crescente classe media dei paesi emergenti del continente asiatico, dove le donne delle classi più agiate utilizzano questo prezioso materiale sotto forma di monili di vario genere, mentre gli uomini ne apprezzano la bellezza abbinata all’impugnatura di spade e coltelli.

In questi paesi sono molto in voga anche i cellulari con il frontalino in avorio cesellato. Sulla scia di tale tendenza, questo mercato, che all’inizio degli anni novanta aveva finalmente subito una flessione in Occidente, in seguito a campagne di sensibilizzazione sullo sterminio degli elefanti e l’introduzione di leggi internazionali in materia, ha ripreso a correre tanto da far lievitare il valore di un chilo di avorio a 2.600 dollari.

Il contrabbando è così aumentato in maniera preoccupante dal 2000 ad oggi, in coincidenza con l’entrata in scena delle organizzazioni criminali asiatiche, che importano l’avorio grezzo dall’Africa per lavorarlo in Cina.

A conferma che l’ex Impero di mezzo sia la meta privilegiata del traffico illegale d’avorio, c’è un rapporto presentato nei giorni scorsi a Bangkok, dov’è in corso il sedicesimo meeting della Convention on International Trade and Endangered Species (Cites), la Conferenza Intergovernativa della Convezione di Washington che controlla il commercio e la salvaguardia delle specie in via di estinzione.

Secondo lo studio intitolato “Conservazione degli elefanti, uccisioni illegali e commercio di avorio”, finanziato dall’Ue e pubblicato dalla Cites, la Cina rimane la destinazione numero uno della costante escalation di grandi spedizioni di avorio fuorilegge, che partono dall’Africa.

Con l’aggravante che l’avorio, legato all’uccisione di migliaia di elefanti africani, arriva infine sul mercato legale. Secondo gli esperti della Cites, le molteplici falle dei meccanismi di controllo per assicurare la prevenzione del riciclaggio che consente all’avorio di passare da illegale a legale nei mercati cinesi, devono essere risolte quanto prima. Da qui la richiesta che Pechino fornisca relazioni regolari sul suo mercato interno dell’avorio.

Va comunque sottolineato che la legislazione vigente in materia nella stessa Cina, tende ad un rafforzamento della tutela dei mercati dai traffici illegali di avorio, ma sono soprattutto i cinesi stabilitisi in Africa a fare affari per realizzare l’export di lusso.

Non è però solo la Repubblica popolare la destinazione finale delle zanne sbriciolate dei pachidermi africani. Altri paesi dell’Asia orientale, come la Thailandia, sono zone franche del commercio illegale, mentre l’Egitto ed alcuni paesi arabi, in particolare l’Arabia Saudita, costituirebbero importanti centri di lavorazione artigianale del prezioso materiale.

Sulla problematica questione del contrabbando dell’avorio pesa anche il fatto che molti dei gruppi armati attivi nell’Africa centro-orientale finanziano in questo modo le loro attività, proprio nella stessa maniera in cui i “diamanti insanguinati” venivano usati negli anni novanta dalle milizie dell’Africa occidentale.

Secondo gli ambientalisti africani, l’avorio sembra essere l’ultima risorsa per finanziare la guerriglia in molte parti dell’Africa. La situazione non è mai stata così grave, nel 2011 in tutto il mondo sono state sequestrate 38 tonnellate d’avorio, una cifra record. In Laos e Vitenam sono state sequestrate circa 2.500 zanne di elefante, probabilmente destinate alla Thailandia ed alla Cina.

Gruppi di famigerati tagliagole, come i miliziani dell’Esercito di Liberazione del Signore (Lord’s Resistance Army, Lra), vedono negli elefanti solo una fonte di finanziamento, sulla base del fatto che in diversi paesi dell’Africa centro-orientale una zanna di elefante può valere da sola fino a dieci volte il reddito medio annuo pro-capite.

Lo scorso 3 settembre, il New York Times ha pubblicato un’inchiesta di Jeffrey Gettleman, che riporta numerose testimonianze, tra cui quella di alcuni disertori dell’Lra, che raccontano come recentemente Joseph Kony, capo del gruppo ribelle, abbia chiesto ai suoi disperati miliziani in fuga perenne, di ammazzare più elefanti possibili e di portargli le zanne. Altri fuggiaschi hanno spiegato che in solo quattro mesi, il gruppo ha ucciso almeno 29 elefanti e che le zanne vengono barattate con armi, munizioni e radio.

Kony vende il suo avorio ai commercianti sudanesi di Omdurman, in Sudan, che non hanno problemi a commerciare con un assassino su cui pesa un mandato di cattura internazionale spiccato dalla Corte penale internazionale dell’Aja.

Ma non c’è solo Kony. Anche le feroci milizie islamiche sudanesi janjaweed sarebbero responsabili dello sterminio di elefanti nel Parco nazionale del Bouba Ndjida, avvenuto nel gennaio 2012. Per attuare questo scempio, i “diavoli a cavalo” avrebbero attraversato il Ciad percorrendo più di novecento chilometri dal Darfur dove sono solite operare.

Nell’ottobre 2010, i soldati ugandesi, alla ricerca di Kony nelle foreste della Repubblica Centrafricana, si sono imbattuti in una carovana janjaweed carica di avorio: un grosso campo militare con quattrocento uomini, muli, molte armi. Nella battaglia scoppiata tra ugandesi e sudanesi sono morti dieci soldati di Kampala. Questo dimostra quanti uomini vengono impiegati dalle milizie armate nel bracconaggio fuori dei confini dei loro paesi.

Ma il contrabbando d’avorio è ormai internazionale e le inesistenti frontiere africane lo favoriscono insieme alla completa mancanza di controlli nei porti come quello di Mombasa. Un commercio immondo, poco contrastato dai soldati degli eserciti ufficiali, che spesso partecipano al banchetto, arrotondando in questo modo il loro misero stipendio.

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