Il “new deal” della Somalia parte da Bruxelles

L’ingente promessa di aiuti di un miliardo e ottocento milioni di euro, che la comunità internazionale ha raccolto per la ricostruzione politica e sociale della nuova Somalia, rappresenta il risultato più concreto della Conferenza di alto livello, organizzata nella giornata di ieri dalla Commissione europea a Bruxelles.

Il meeting ha visto la partecipazione dei Ventotto, ma anche di Stati Uniti, Cina, Russia, Giappone e di molti paesi del Golfo Persico (senza la presenza dell’Arabia Saudita), oltre alle grandi organizzazioni internazionali.

La cifra stanziata dalla Conferenza dei donatori servirà alla ricostruzione di un paese devastato da 22 anni di guerra civile. Un conflitto che nel corso del tempo ha registrato numerosi stravolgimenti di fronte, facendo della Somalia il failed State per eccellenza, e che ancora prosegue a causa delle sacche di resistenza dei ribelli di al Shabaab, legati ad al Qaeda, mentre il controllo del fragile governo federale non va troppo oltre la periferia di Mogadiscio.

In questo scenario, ancora piuttosto incerto, è necessario creare tangibili premesse per far uscire  il paese dall’emergenza e accompagnarlo nel completamento del percorso di ricostruzione, almeno fino all’adozione di una nuova Costituzione, che il presidente Hassan Cheikh Mohamud ha promesso per il 2016.

Su quest’ultimo punto, i lavori vanno avanti dalla fine di luglio dello scorso anno, quando l’Assemblea Costituente, formata da 825 membri designati tra i capi locali sotto il controllo delle Nazioni Unite, ha iniziato a produrre la stesura di una prima bozza di testo, nel quale è previsto il riconoscimento formale dei principi generali della sharia, la divisione federale dello Stato, il pluralismo politico e la presenza delle donne nelle istituzioni nazionali.

Nella nuova Costituzione, inoltre, si va affermando con forza  l’uguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge, senza pregiudizio alcuno basato su credo religioso, sesso, status sociale ed economico. Non mancano i punti controversi, primo fra tutti il mancato riconoscimento dell’autonomia del Somaliland, la regione autoproclamatasi indipendente nel 1991 e adesso guidata da Ahmed Silanyo, che in aperto contrasto con Mogadiscio si è rifiutato di partecipare alla Conferenza di Bruxelles.

La Commissione europea contribuirà a sostenere il paese nella via della ricostruzione con 650 milioni, che si sommano al miliardo e duecento milioni di euro già donati dal 2008. Gli aiuti del Vecchio continente saranno destinati a rimettere in piedi i settori “critici”, come sanità, sicurezza, giustizia, istruzione. Mentre, il Regno Unito ha garantito ottanta milioni di sterline per ricostruire le infrastrutture distrutte dalla guerra e ripristinare i servizi idrici e sanitari.

Anche l’Italia, attraverso il ministro degli Esteri Emma Bonino, ha fatto la sua parte con un contributo di nove milioni di euro, che verrà destinato alla formazione: ambito in cui l’Italia ha una tradizione di lunga data risalente agli anni del governo di Siad Barre, quando era proprio Roma a garantire la preparazione dei vertici civili e militari.

Lo stanziamento andrà ad aggiungersi ai fondi che negli ultimi anni la cooperazione italiana ha destinato alla Somalia, che da sempre rappresenta un paese prioritario nella strategia diplomatica della Farnesina.

Di certo, il miliardo e ottocento milioni di euro approntati dalla comunità internazionale a Bruxelles costituiscono un valido sostegno per il futuro ancora incerto dello Stato somalo, ancora privo di solide basi istituzionali, indispensabili per accompagnare il percorso democratico.

Ad ogni modo, per il paese del Corno d’Africa non sarà facile risollevarsi dopo tanti anni di guerre, divisioni politiche e carestie, l’ultima delle quali, nel 2011, ha colpito anche i due Sudan, l’Etiopia e il Kenya, provocando 250mila morti.

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