Digital divide, ancora forti disparità tra paesi ricchi e paesi più poveri

Digital divide è l’espressione in uso per definire il divario tecnologico esistente tra le ricche società informatizzate e i paesi in via di sviluppo. Il termine evidenzia come il problema della mancata uniformità nella fruizione delle tecnologie e dei servizi telematici crei una condizione di svantaggio economico e culturale, determinato dal fatto che non essere connessi alla rete o non avere gli strumenti cognitivi per farlo, significa essere relegati ai margini della società.

Tale condizione è più evidente nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo che non riescono a garantire a vaste fasce di popolazione a basso reddito l’accesso a computer e internet. L’ultima conferma di questo divario giunge dalla dodicesima edizione del “Global Information Technology Report 2013”, presentato mercoledì scorso a Ginevra.

Lo studio, curato dal Forum economico mondiale (Wef) e dalla Business School Insead, analizza su scala internazionale, su di un campione di 144 Stati, l’impatto delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Ict) sullo sviluppo economico, sulla competitività e sull’occupazione.

Per quanto riguarda i paesi in via di sviluppo, molti di questi, in particolare in Africa, ma anche in America latina e nel Sud-est asiatico, mostrano ancora valori bassi di connettività, un insufficiente livello di utilizzo di internet e una limitata crescita dell’e-commerce.

Mentre per i cosiddetti Brics (acronimo che comprende le iniziali dei principali paesi emergenti: Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) la tendenza è di continuare nella rincorsa alle economie più forti. In questi paesi, lo sviluppo degli anni passati potrebbe essere a rischio a meno che non si realizzino investimenti per rafforzare la competenza e l’innovazione nel settore Ict. La Cina, in particolare, scivola di sei posti in classifica posizionandosi al 58esimo posto, mentre Brasile, Russia, Sudafrica e India recuperano qualche posizione.

Il dossier stilato dal Wef e dall’Insead assegna all’Italia il cinquantesimo posto, preceduta da Panama e Puerto Rico. Un piazzamento poco soddisfacente, che dimostra come il nostro paese non sia ancora in grado di beneficiare dei vantaggi delle tecnologie digitali e dell’e-commerce.

Leggendo il rapporto, si evince che sono molti gli ambiti anche sociali della questione che pongono un interrogativo diventato oggetto di un ampio dibattito internazionale e nazionale: se e come le Ict offriranno significative opportunità al Sud del Mondo, o se e quanto dilateranno invece le distanze tra paesi ricchi e paesi poveri.

Storicamente, i primi che parlarono di digital divide furono Al Gore e Bill Clinton, quando, all’inizio degli anni novanta, intrapresero una politica di forte sviluppo e potenziamento dell’infrastruttura di internet negli Stati Uniti. All’epoca il concetto di “divario digitale” era riferito alla difficoltà di accesso a internet in determinate zone del paese.

Erano gli anni in cui la rete stava esplodendo come fenomeno di massa per poi diventare uno strumento insostituibile di lavoro e di business. Con il passare del tempo, la rivoluzione digitale iniziò a interessare tutto il mondo industrializzato e queste tematiche cominciarono ad essere sentite anche in altri paesi fino a raggiungere anche le aree economicamente meno sviluppate del globo.

Nella sostanza, il gap digitale nei paesi poveri esprime la difficoltà di alcune categorie sociali o di interi paesi, di usufruire di tecnologie che utilizzano una codifica dei dati di tipo digitale rispetto ad un altro tipo di codifica precedente, quella analogica. La definizione digital divide racchiude in sé complesse problematiche che coinvolgono in pieno la vita di una comunità toccandone gli aspetti economici, culturali e sociali.

L’accesso e l’utilizzo delle tecnologie digitali rappresenta nel nostro mondo un prerequisito per lo sviluppo economico e sociale e la modernizzazione dei sistemi di produzione. Per i paesi che non sono in grado di adattarsi al nuovo sistema tecnologico, i ritardi divengono sempre più incolmabili.

La Conferenza delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo (Unctad) nel suo annuale rapporto Information Economy, ribadisce a chiare lettere che gli accessi a internet aiutano ad abbattere il divario tra i paesi ricchi e poveri.

Lo studio dell’organismo delle Nazioni Unite mira a trovare i modi in cui la scienza e la tecnologia possono favorire una crescita economica a lungo termine. Per questo monitora anche la diffusione nei paesi in via di sviluppo dei telefonini, rilevando che l’84% della popolazione di questi paesi possiede un cellulare.

Per esempio, in Africa, dove la crescita del numero di abbonati e la diffusione dei cellulari è stata maggiore, questa tecnologia può migliorare la vita economica dell’intera popolazione. Dalle comunità rurali in Uganda ai piccoli venditori in Sudafrica, Senegal e Kenya, i cellulari aiutano i commercianti a ottenere prezzi migliori, sprecare meno merce e vendere i prodotti più velocemente.

I costi dei computer nel continente nero sono invece ancora alti e quindi, molto spesso, l’utilizzo della rete avviene in luoghi pubblici, per lo più negli internet cafè dove le persone acquistano a tempo la possibilità di navigare. Il numero di host (domini) in Africa è molto limitato, anche se in costante miglioramento.

Secondo i dati contenuti nello studio Internet ed Africa il numero di domini internet in tutto il continente è inferiore a quello della Svizzera. Per fare alcuni esempi, in Nigeria, paese più popoloso del continente, il numero di host è un terzo di quello del minuscolo Liechtenstein. Lo stesso vale anche per la Repubblica democratica del Congo e il Sudan. L’Etiopia, con una popolazione di 80 milioni, ha 164 host (un cinquantesimo della Repubblica di San Marino). In Somalia se ne rilevano 36, mentre l’Eritrea registra un lieve incremento dell’attività online.

Diffondere l’uso della rete significa permettere ai paesi meno sviluppati di uscire dall’isolamento in cui versano e allo stesso tempo favorire l’interscambio commerciale. Internet ha infinite potenzialità sotto questo specifico aspetto e non tenerne conto è stato fino ad oggi uno dei maggiori errori commessi da chi è delegato a pianificare lo sviluppo dei paesi più poveri.

Sono infatti ben note le difficoltà incontrate da artigiani e agricoltori dei paesi con basso indice di sviluppo a raggiungere i mercati globali. I costi di immagazzinamento, stoccaggio, spedizione sono proibitivi per le popolazioni povere, senza contare i danni arrecati allo sviluppo economico interno dalle barriere commerciali imposte dai paesi industrializzati.

Tuttavia attraverso l’e-commerce sarebbe possibile rimuovere molti dei costi e degli ostacoli associati ai sistemi di distribuzione tradizionali, contribuendo ad avvicinare produttori e consumatori.

Categorie: Nuove tecnologie | Tag: , , , , , , , , | 2 commenti

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2 pensieri su “Digital divide, ancora forti disparità tra paesi ricchi e paesi più poveri

  1. Grazie Marco della segnalazione. Il tuo articolo sunteggia molto bene informazione essenziali. Ma non solo: perché fa riflettere sulla difficoltà per i paesi africani, quelli meno sviluppati ovviamente, di superare un gap che a mio avviso va oltre la tecnologia perché riguarda i rapporti di forza e la volontà di crescere. Ma, sotto quest’ultimo profilo, l’ Africa potrebbe riservare soprese. Certo, non a breve. Complimenti per il blog. Un abbraccio.
    Carlo Gambescia

    • Grazie Carlo per il positivo commento al post e al blog. Anche io seguo con interesse gli articoli che pubblicchi sul tuo blog metapolitcs, in special modo le interviste impossibili ai filosofi che hanno lasciato il segno nella storia del pensiero politico. Un abbraccio e a presto. Marco

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