I difficili rapporti tra l’Africa e il Tribunale penale dell’Aja

La Corte penale internazionale dell’Aja è sotto accusa da parte di alcuni paesi africani membri, che la considerano un’organizzazione sotto il controllo degli europei. Un dato è inconfutabile: nove inchieste su dieci dell’organismo giuridico riguardano crimini commessi in Africa. Ma per affermare tutta la sua legittimità e convincere anche i paesi più riluttanti sull’efficacia del suo operato, la Cpi ha bisogno del forte sostegno di tutti gli Stati membri.

Lo scorso ottobre il Burundi ha deciso di ritirarsi dal trattato di Roma che istituisce la Corte penale internazionale (Cpi). Il piccolo Paese dell’Africa centrale è stato il primo a lasciare il Tribunale dell’Aja e l’abbandono è stato motivato dall’apertura di un’indagine preliminare da parte della Cpi sulle violenze e le violazioni dei diritti umani avvenute in Burundi dall’aprile 2015, quando il presidente Pierre Nkurunziza dichiarò di voler correre per un terzo mandato.

Una settimana dopo il Burundi, il Sudafrica ha annunciato di aver formalmente avviato la procedura di ritiro, dopo essere entrato in contrasto con la Corte penale internazionale per non aver arrestato il presidente sudanese Omar al-Bashir, mentre nel giugno 2015 si trovava a Johannesburg per partecipare al vertice semestrale dell’Unione africana.

Su l’uomo forte di Khartoum pendono due mandati di cattura per crimini di guerra e genocidio nella regione del Darfur, disposti dalla stessa Cpi. Il fatto che il governo di Pretoria non eseguì il mandato d’arresto, suscitò dure polemiche interne e fece avviare un’indagine specifica della Cpi.

Sulla scia del Sudafrica, il 26 ottobre 2016 anche il Gambia diede l’annuncio di aver avviato la procedura di ritiro dall’istituto internazionale, reo, secondo il governo di Banjul, di aver messo in atto una «persecuzione dei paesi africani». Nondimeno, sono diversi gli Stati africani che in passato hanno minacciato la fuoriuscita dall’organismo, senza contare che nel corso dell’ultimo vertice, l’Unione africana si è detta favorevole a un piano per il ritiro collettivo dei suoi paesi membri dalla Cpi, reputata da alcuni governi del continente poco imparziale.

Tuttavia, il 16 febbraio il nuovo governo del Gambia guidato dal presidente Adama Barrow ha annullato la decisione di ritirarsi presa dal suo predecessore Yahya Jammeh, che per 22 anni aveva guidato il paese instaurandovi un regime liberticida. Poi, lo scorso 8 marzo, anche Pretoria ha annunciato di revocare la notifica alle Nazioni Unite del ritiro dallo Statuto di Roma della Cpi, dopo che due settimane prima la Corte suprema sudafricana aveva giudicato incostituzionale la decisione adottata senza neanche consultare il parlamento.

Ciononostante, permangono le tensioni tra i governi africani e il “Tribunale dei bianchi”, come è stato ribattezzato da alcuni capi di Stato del continente, che l’accusano di non essere affatto indipendente e imparziale. I rapporti tra la Cpi e l’Africa non sono mai stati facili e in effetti nove inchieste su dieci aperte dalla Corte penale internazionale riguardano Stati africani, con l’unica eccezione della Georgia.

Non a caso, nel corso degli ultimi anni la Cpi è stata spesso tacciata di doppiopesismo nei confronti dell’Africa, suscitando il disappunto di gran parte dei leader locali sul suo operato. Molti governi africani lamentano un’eccessiva ingerenza europea negli affari del massimo organo giurisdizionale delle Nazioni Unite. Oltre a ritenere che, per aver concentrato gli sforzi investigativi quasi esclusivamente in Africa, la Cpi ha di fatto tralasciato altri evidenti e rilevanti casi di crimini internazionali in diverse regioni del mondo.

Accese critiche hanno accompagnato anche l’arresto e la successiva condanna a 18 anni del leader dell’opposizione congolese Jean Pierre Bemba, accusato di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità. I detrattori africani della Corte hanno giudicato la condanna dell’ex vice presidente della Repubblica democratica del Congo come un espediente per eliminare uno scomodo avversario dell’attuale presidente Joseph Kabila, il quale, nonostante la scadenza del suo mandato e la repressione delle proteste portate avanti dal popolo congolese, continua a governare indisturbato.

Tuttavia, Bemba è stato condannato per aver esercitato un controllo effettivo sul suo esercito privato, che tra l’ottobre 2002 e il 2003 ha stuprato, ucciso e saccheggiato con «particolare cruenza» nella Repubblica Centrafricana.

Dalla controversa questione emerge come punto chiave che, per affermare tutta la sua legittimità, un’istituzione come la Cpi ha bisogno di un forte e sicuro sostegno a partire dal dialogo e della cooperazione degli Stati membri, in modo da convincere anche i paesi più riluttanti sull’efficacia del suo operato.

Solo allargando la partecipazione e la condivisione delle scelte e delle strategie, la Corte potrà continuare a essere uno strumento credibile per la difesa dei diritti umani. Come la considerano ancora Botswana, Nigeria, Senegal, Costa d’Avorio e Tunisia, i cinque paesi africani che si sono pubblicamente opposti all’ipotesi di recesso dallo Statuto di Roma e che potrebbero essere seguiti da molti altri del continente.

Articolo pubblicato su Osservatoriodiritti.it

Categorie: Diritti umani, Politica | Lascia un commento

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