Sviluppo umano, Niger e Congo in ultima posizione

niger congoSono di nuovo Niger e Repubblica democratica del Congo a finire in fondo alla graduatoria mondiale dell’Indice di sviluppo umano, come si evince dal Rapporto elaborato dalle Nazioni Unite nell’ambito del Programma di Sviluppo, pubblicato lo scorso 14 marzo.

Nell’analisi basata su dati e stime che valutano i tassi di aspettativa di vita, istruzione e Reddito nazionale lordo pro capite di 187 Stati riconosciuti dall’Onu, le due nazioni africane sono classificate con il medesimo indice (0,304) nella posizione di coda, mentre nel precedente Rapporto, pubblicato nel 2011, la Repubblica democratica del Congo era ultima con 0,286 ed il Niger penultimo con 0,295.

Dietro l’amara realtà che relega i due paesi subsahariani ai vertici della miseria, ci sono numerose motivazioni come la mancanza di infrastrutture, l’esiguità di risorse destinate alla spesa sociale, la vulnerabilità dell’economia locale, le condizioni atmosferiche e l’aumento dei prezzi delle commodities.

Una realtà resa ancora più amara dal fatto che i due paesi più poveri del mondo sono ricchi di materie prime. Il primo esporta oro, diamanti e coltan, il cui ricavato finisce però nelle tasche delle multinazionali e dell’establishment di Kinshasa; mentre il Niger è uno dei primi produttori mondiali di uranio, la cui estrazione ed esportazione è in mano alla multinazionale francese Areva.

Esaminando singolarmente la situazione attuale dei due Stati, risultano subito evidenti le difficoltà in cui versano entrambi. La giovane e instabile democrazia congolese è afflitta da gravi problemi di sicurezza nella strategica regione orientale, dove dall’aprile dello scorso anno una nuova formazione ribelle di matrice filo-ruandese denominata M23, ha imbracciato le armi contro il governo centrale, reo di non aver rispettato gli accordi di pace siglati il 23 marzo del 2009 con gli ex ribelli del Cndp (Congresso nazionale per la difesa del popolo), una formazione paramilitare tutsi di base nelle province orientali del Congo dal 2006 al 2010, sulla scia della quale è nato l’M23.

I circa tremila miliziani del Movimento 23 marzo, guidati dal colonnello Emmanuel Sultani Makenga, hanno seminato caos e morte in tutto il Kivu e alla fine dello scorso novembre erano riusciti a prendere la città di Goma, capitale della provincia e città strategica dell’est della Repubblica democratica del Congo, per poi ritirarsi alcuni giorni dopo.

Nelle scorse settimane, la ribellione dell’M23 si è spaccata in due fazioni antagoniste a causa di una lotta di potere tra i comandanti militari, mentre la sicurezza nell’area sembra essersi aggravata anche a causa delle intense attività belliche di altri gruppi armati tra i quali l’Apcls (Alleanza dei patrioti per un Congo libero e sovrano), una milizia Mai Mai legata agli hunde.

Uno scenario generale che, oltre a costituire una concreta minaccia all’unità ed integrità territoriale, favorisce anche la circolazione incontrollata di armi leggere e il conseguente aumento della criminalità. Tutti fattori che si frappongono allo sviluppo economico di un paese in cui larga parte della popolazione vive in condizioni di povertà estrema, vittima delle inefficienze croniche e strutturali di uno Stato che l’autorevole rivista Foreign Policy ha collocato al penultimo posto nella graduatoria 2012 dei cosiddetti failed states.

La situazione economica della Repubblica del Niger è ovviamente analoga a quella congolese. Il 90% della popolazione si dedica alla pastorizia di mera sussistenza e all’agricoltura, praticabile solo sul 5% del territorio per larga parte desertico. Ed entrambe le pratiche sono frequentemente danneggiate dalle gravi e persistenti siccità che da oltre venti anni si abbattono sulla regione semi-desertica del Sahel.

La grave crisi economica che interessa il paese africano è alimentata anche dal rapido avanzare dei processi di erosione e desertificazione che minacciano le risorse idriche e le poche terre coltivabili, costringendo la popolazione ad un eccessivo sfruttamento di quest’ultime, con un conseguente e graduale impoverimento.

Il 63% della popolazione nigerina, composta per due terzi da donne, vive al di sotto della soglia di  povertà estrema. Le stime dell’Unicef rilevano la differente condizione di donne e uomini in termini di salute, istruzione, alfabetizzazione, aggravata dal fatto che all’alto tasso di fertilità femminile (6,7%) si associa un livello di mortalità materna al parto molto elevato (7%) e un tasso di mortalità dei bambini elevatissimo: più di un bambino su quattro muore entro il quinto anno d’età.

Il 40% dei bambini soffre di malnutrizione e di ritardi nella crescita e si continua a morire per malattie come la diarrea, il tifo e l’epatite A, dovute al consumo di acqua contaminata e per altre malattie prevenibili con le vaccinazioni quali il morbillo, la tubercolosi, il tetano e la poliomelite; senza dimenticare la malaria, che in determinate regioni ha una forte incidenza.

L’assenza di uno sbocco al mare, di importanti vie commerciali, di infrastrutture e le frequenti crisi energetiche che lasciano prive di elettricità intere zone del paese, impediscono l’accesso ai mercati internazionali e rendono ardua anche la nascita di un apparato industriale di una certa consistenza.

In un simile contesto non c’è dunque da stupirsi se la bilancia commerciale sia cronicamente passiva, dal momento che i proventi delle esportazioni di uranio e altri minerali, nonché di prodotti agricoli, non consentono di far fronte alle ingenti importazioni di prodotti alimentari, di manufatti e di derivati del petrolio. Uno scenario reso ancor più preoccupante da un ingente debito estero e da un’elevata dipendenza dagli aiuti internazionali.

Non sarà quindi facile per Niger e Repubblica democratica del Congo uscire dalla situazione ormai patologica di crisi che li confina all’ultimo posto della classifica dell’Indice di sviluppo umano. Purtroppo, non esistono formule alchemiche che consentano ai due paesi di compiere rapidi progressi economici, sopratutto tenuto conto del fatto che il loro sviluppo economico è bloccato da specifici problemi locali.

Ma in un mondo sempre più globalizzato, l’esistenza di queste aree di indigenza rappresenta non solo un freno alla crescita generale, ma anche il possibile innesco di gravi crisi, nonché una reale minaccia per la sicurezza di quei paesi che sono in cima alla graduatoria dell’Indice di sviluppo delle Nazioni Unite.

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