Benvenuti nella nuova era geologica: l’Antropocene

Abbiamo cambiato era geologica, siamo nell’Antropocene. L’aumento della temperatura del globo, l’impoverimento dello strato di ozono, lo scioglimento dei ghiacciai, l’innalzamento dei livelli dei mari, l’acidificazione degli oceani, sono causati dai cambiamenti climatici provocati in un arco di tempo breve dallo sfruttamento umano dell’ecosistema.

di Sophie Chapelle (comune-info.net)

«Non siamo più nell’ Olocene ma nell’Antropocene!», dice il premio Nobel per la chimica Paul Crutzen davanti ad un gruppo di scienziati [1]. Sono passati 14 anni. Da allora, sono sempre più numerosi gli scienziati che cominciano a pensare che abbiamo cambiato era geologica.

Di cosa si tratta? La storia della Terra è suddivisa in epoche geologiche da alcune migliaia ad alcuni milioni di anni [2], ciascuna contrassegnata da un evento biologico, climatico o sismico il cui suolo, e gli strati sedimentari, manterranno la traccia indelebile.

Il Giurassico superiore ha visto così l’apparizione dei primi uccelli, quando, 70 milioni di anni dopo, la fine del Cretaceo determinava la scomparsa dei dinosauri. Attualmente viviamo nell’ Olocène, cominciato 11.500 anni fa con la nascita dell’agricoltura e la sedentarizzazione dell’essere umano.

Ora, questi stessi uomini, noi, che sono diventati oggi una forza geologica, influiscono sulla fauna, la flora o il clima cosi come possono fare le correnti telluriche con la deriva dei continenti. «L’impronta umana sull’ambiente è diventata così vasta ed intensa che rivaleggia, in termini di impatto sul sistema Terra, con alcune delle grandi forze della Natura», spiega Paul Crutzen [3].

L’avvento di questa potente impronta segnerebbe dunque la fine dell’ Olocene e l’inizio dell’Antropocene. Un nome generato dall’antico greco anthropos che significa «essere umano», e kainos «recente, nuovo». Un gruppo di lavoro dell’Unione Internazionale delle Scienze Geologiche sta preparando una relazione, che uscirà nel 2016, per sapere se questa nuova era geologica deve essere formalizzata nella tabella della scala dei tempi geologici.

In cosa gli esseri umani sono diventati una forza geologica?

Intorno a voi, zone industriali, autostrade, città, suddivisioni, così come prati e boschi impiantati. Questo modello artificiale di ambienti naturali ora copre quasi un terzo della superficie terrestre, contro il solo 5% del 1750.

Sono in atto altri sconvolgimenti naturali meno percettibili. Il 90% della fotosintesi sulla Terra si fa oggi attraverso gli ecosistemi pianificati dagli esseri umani. Anche il ciclo dell’acqua è stato modificato dalle 45 000 grandi dighe edificate [4]. Delle sostanze nuove come la plastica o i perturbatori endocrini sono scaricati in atmosfera da 150 anni, lasciando tracce nei sedimenti e fossili in formazione.

Per valutare meglio l’impronta umana, gli scienziati hanno osservato l’evoluzione di 24 parametri del sistema Terra dal 1750, dall’incremento della popolazione a quello dei veicoli a motore, passando per la deforestazione, i telefoni, l’utilizzazione di concimi o le grandi inondazioni… [5].

Tutti questi indicatori aumentano fin dal diciannovesimo secolo, sostenuti dall’impennata dei consumi energetici. Aumento della temperatura del globo, impoverimento dello strato di ozono, scioglimento dei ghiacciai, innalzamento dei livelli dei mari, acidificazione degli oceani, sono tutti causati dai cambiamenti climatici provocati in un arco di tempo molto breve dallo sfruttamento massimalista dell’ecosistema.

Quando ha esordito l’Antropocene?

Vengono discusse diverse ipotesi. William Ruddiman, paleoclimatologo americano, propone di situare l’inizio dell’Antropocene tra i 5.000 – 8.000 anni fa. Gli uomini potrebbero avere emesso una quantità di gas ad effetto serra – con la deforestazione, le risaie e l’allevamento – tale da modificare il percorso climatico della Terra. Altri scienziati sottolineano la novità dell’era nucleare, petrolchimica ed elettronica quale esordio dell’Antropocene dopo la seconda guerra mondiale.

La tesi più accettata fa cominciare l’Antropocene alla fine del diciottesimo secolo. Per Paul Crutzen l’inizio è precisamente nell’anno 1784, data del brevetto di James Watt sulla macchina a vapore, e simbolo del principio della rivoluzione industriale.

«Se si riporta la storia del nostro pianeta, (4,5 miliardi di anni), ad una giornata di 24h, la rivoluzione industriale si trova negli ultimi due millesimi di secondo», illustra Davide Brower, il fondatore dell’organizzazione ecologista Les amis de la terre. Due millesimi di secondo fra una giornata planetaria che aprono una nuova condizione umana! Per fare un paragone, il regno dei dinosauri è durato circa tre quarti d’ora.

L’Antropocene condurrà ad una «sesta estinzione»?

«Abbiamo squilibrato il mondo in un modo tale che oggi siamo autorizzati a pensare che il processo è praticamente irreversibile», spiega a Mediapart il glaciologo Claude Lorius che ha divulgato la nozione di Antropocene in Francia [6].

Non è prevedibile nessun ritorno alla «normalità». Gli scienziati hanno del resto scoperto parecchi punti di squilibrio oltre i quali gli esseri umani entrano in zone d’ombra. Tre parametri – ciclo dell’azoto, emissioni di gas ad effetto serra, estinzione della biodiversità – avrebbero già superato questa soglia, con un rischio di brutale squilibrio verso stati non più controllabili [7].

È nell’atmosfera che si osserva questo primo «squilibrio». La concentrazione del diossido di carbonio è passata da 280 parti per milione (ppm) alla vigilia della rivoluzione industriale a 400 ppm nel 2013, un livello ineguagliato da 3 milioni di anni.

Oltre la modifica della composizione chimica dell’atmosfera, il ritmo di scomparsa delle specie è da 100 a 1000 volte più elevato che la norma geologica. Al punto che i biologi parlano oramai della «sesta estinzione» – essendo la quinta quella che ha portato via i dinosauri cinque milioni di anni fa…

Siamo tutti colpevoli?

Gli esseri umani hanno dunque acquistato oramai la capacità di trasformare l’insieme del sistema Terra. In meglio e, soprattutto, in peggio…. Ma tutti gli esseri umani sono uniformemente responsabili?

Il rischio di associare il ruolo delle nostre società ad un nuovo periodo geologico farebbe pensare che la «specie umana» sia, globalmente, responsabile. In questo caso, importa poco se le banche statunitensi, cinesi e britanniche siano campioni in materia di investimenti ultra inquinanti. Inutile sapere che un americano medio consuma 32 volte più risorse ed energia di un keniano. O che 90 compagnie sono responsabili dei due terzi delle emissioni mondiali di gas ad effetto serra. E che meno dell’ 1% della popolazione possiede il 40% delle ricchezze mondiali.

Puntare alla specie umana nella sua globalità diluisce le responsabilità. Questo non dovrebbe accadere se si vuole reagire ancora. La questione della responsabilità storica degli Stati industrializzati sarà così al centro delle discussioni della conferenza sul clima a Parigi nel 2015.

La versione scientifica dell’Antropocene induce anche a credere che la specie umana abbia distrutto la natura… inavvertitamente. «Una favola!», ribattono gli storici francesi Jean-Baptiste Fressoz e Christophe Bonneuil, autori di L’Evénement Anthropocène [8].

Il loro lavoro rivisita la storia dell’energia in termini di scelte politiche, militari ed ideologiche. Gli usi domestici del solare per esempio erano molto evoluti negli Stati Uniti all’inizio del ventesimo secolo, prima che una coalizione di promotori immobiliari condotta dalla General Electric non bloccasse lo sviluppo dello scaldaacqua solare a tutto vantaggio del riscaldamento elettrico. È anche per aggirare i movimenti operai nelle miniere che gli Stati Uniti hanno aperto l’era del petrolio malgrado il suo costo più elevato.

Di fronte all’impotenza dei politici, il regno della techno-scienza?

Di fronte a questo compito prometeico, possiamo difficilmente concepire la durata di una vita, figuriamoci a livello di un mandato politico, come considerare che l’azione collettiva serve ancora a qualche cosa? «L’Antropocene e la sua temporaneità grandiosa anestetizzano il politico», temono i due storici. L’Antropocene segnerà non solo l’innalzamento degli uomini al rango di forza geologica, ma anche l’avvento della loro impotenza [9]?»

In queste condizioni, periti e scienziati dovranno prendere il controllo di un pianeta sregolato? «Un compito arduo attende gli scienziati ed ingegneri che guideranno la società verso una gestione ambientale sostenibile nell’era dell’Antropocene», afferma il premio Nobel di chimica Paul Crutzen.

Parecchi dispositivi di manipolazione del clima su grande scala, con il nome di «geo-ingegneria», sono già finanziati e sperimentati (vedere la nostra inchiesta). In questo scenario, vengono fuori le sperimentazioni «dal basso» di sobrietà volontaria e di trasformazione ecologica e sociale. Ritorno alla «techno-scienza», al complesso militare-industriale, ed al loro culto della segretezza.

«Sbagliamo a giocare a fare Dio con l’avvenire del nostro pianeta», allerta l’economista australiano Sfalda Hamilton [10]. «Per i veri “Prométeo”, regolare il clima di oggi non basta. L’obiettivo è di prendere il controllo della storia geologica stessa.»

I movimenti democratici possono riprendere il controllo?

Le critiche ai danni causati dal «progresso» sono vecchie. E non hanno aspettato l’attuale presa di coscienza sull’ampiezza del riscaldamento climatico. I quaderni di rivendicazioni del 1789 manifestano innumerevoli denunce contro le attività industriali accusate di causare la deforestazione e di aumentare il prezzo della legna [11].

In quest’ epoca sono già dibattute le conseguenze climatiche della deforestazione. La meccanizzazione della produzione è anche oggetto di un vasto movimento di protesta e distruzione di macchinari in Europa alla fine del diciottesimo secolo.

«Le resistenze non portano mai contro “la” tecnica in generale ma contro “una” tecnica in particolare e contro la sua capacità di schiacciare gli altri», ricordano i due storici francesi. Tutte queste lotte sono state tenute ai margini nel loro tempo dalle élite industriali e supposti progressisti, prima di essere dimenticate. Le nuove forme di impegno contro le decisioni politiche ed economiche di alcuni subiranno anche loro la stessa sorte?

Il sogno dell’abbondanza materiale svanisce. Si intravedono scenari di penuria. Come ricreare l’ideale democratico in questo contesto? Cittadini e ricercatori immaginano e discutono i contorni della «resilienza»: la capacità di un sistema di adattarsi agli eventi esterni ed ai cambiamenti imposti.

È uno dei concetti chiave della rete delle città in transizione. Creata in Gran Bretagna, questa rete esplora le vie che permettono di liberare le città ed i loro abitanti dalla dipendenza petrolifera, come a Boulder negli Stati Uniti. «La sfida è quella di attraversare i cambiamenti delle nostre società preservando la loro coesione sociale, il loro capitale ecologico e la loro stabilità», spiega uno dei fondatori, Rob Hopkins [12].

In Francia, le iniziative in materia di sobrietà energetica abbondano, come nel Mené, piccolo territorio bretone dove la transizione ecologica è in via di completamento, (da scoprire qui). Nelle Alpi Marittime, degli hackers ed agricoltori si alleano per l’autonomia energetica. La lotta per una vera trasformazione ecologica e sociale si radica a Notre Dame des Landes.

Alcuni ricercatori s’interessano ad altri scenari di utilizzazione del suolo agricolo tali Afterres 2050, o di transizione energetica come Negawatt. Tra le differenti vie aperte, una propone di sacrificare una parte del mondo-e dei suoi abitanti-per prolungare il sogno dell’abbondanza, un altra invita a vivere l’Antropocène con chiarezza ed umiltà.

Il passaggio all’Antropocene ci renderà più responsabili?

Se l’irregolarità climatica appare come un fenomeno astratto e mondiale, cosa dire dell’Antropocene? Fino ad ora, questo concetto rimane confinato alla comunità scientifica. È diventato un punto di riferimento tra geologi, ecologi, specialisti del clima, storici e filosofi per pensare questa era nella quale l’umanità è diventata una forza geologica maggiore.

Malgrado la sua tecnicità, l’Antropocene sconvolge le rappresentazioni del mondo e si vuole di una scottante attualità. Alla luce di questa nuova era, anche la parola «crisi» è contrassegnata da un ottimismo fuorviante perché si riferisce ad un periodo la cui fine è imminente.

«Vivere nell’Antropocene, è dunque liberarsi da istituzioni repressive, da dominazioni e da immaginari alienanti, questa può essere un’esperienza straordinariamente emancipatrice», sperano Jean-Baptiste Fressoz e Christophe Bonneuil che appellano a «rimettere politicamente le mani sulle istituzioni, le elite sociali, i sistemi simbolici e materiali potenti che ci hanno squilibrato. L’Antropocene condanna alla responsabilizzazione».

Traduzione in italiano: Fabienne Melmi (Global Action Italia). Originariamente pubblicato in francese su Bastamag.net.

Note

[1] simposio del Programma internazionale Geosfera-biosfera a Cuernava (Messico)
[2] parecchie epoche compongono un periodo geologico, il quaternario attualmente, che a loro volta compongono un’era di parecchie decine di milioni di anni.
[3] W. Steffen, J. Grinevald, P.J. Crutzen et J.R. McNeill, « The Anthropocene : Conceptual and historical pesrpectives », Philosophical Transactions of the Royal Society A, vol 369, n° 1938, 2011, 842-867.
[4] 45 000 dighe di oltre 15 metri di altezza trattengono il 15% del flusso idrologico dei fiumi del globo. Fonte: Christer Nilsson ed Al, “« Fragmentation and flow regulation of the world’s large river systems », Science, vol. 308, 15 avril 2005, pagine 405-406.
[5] i 24 parametri sono i successivi: popolazione, PIL reale totale, investimento diretto straniero, costruzione di dighe sui fiumi, consumo di acqua, consumo di concime, popolazione urbana, consumo di carta, ristoranti Mc Donalds, veicoli motorizzati, telefoni, turismo internazionale, concentrazione atmosferica di CO2/N2O/CH4, impoverimento dello strato di ozono, temperatura media di superficie dell’emisfero Nord, grandi inondazioni, ecosistemi oceanici, infrastrutture delle zone costiere, biogeochimica delle zone costiere, perdita di foreste e foreste tropicali, superficie di terre sfruttate, biodiversità mondiale. Fonte: dati generati da igpb.net, W. Steffen (dir.), Global Change and the Earth System : A planet under pressure, New York, Springer, 2005, p 132-133.
[6] Claude Lorius, Laurent Carpentier, Voyage dans l’Anthropocène, cette nouvelle ère dont nous sommes les héros, Actes Sud gennaio 2011.
[7] secondo la squadra scientifica del Resilience Centre a Stoccolma. Fonte: Anthony D ; Barnosky et al., « Approaching a state shift in Earth’s Biosphere », Nature, vol. 486 7 giugno 2012, 52-58.
[8] edizioni Seuil, 2013.
[9] l’idea d ’ “impotente potenza” è dovuta a Michel Lepesant, durante gli Appuntamenti dell’Anthropocène, co-organizzati da EHESS e dall’istituto Momentum nella primavera 2013.
[10] Clive Hamilton, Les Apprentis sorciers du climat: raisons et déraisons de la géo-ingénierie, coll. Anthropocène, Ed. Seuil, 2013.
[11] Arlette Brosselin, Andrée Corvol e François Vion-Delphin, ” Les doléances contre l’industrie”, in Denis Woronoff, dir.), Forges e forêts. Ricerche sui consumi pro-industriale del legno, Paris, EHESS, 1990, 11-28.
[12] Rob Hopkins, The transition handbook : from oil dependancy to local resilience. Green Books, 2008.
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