Conflitti e instabilità in Africa sub-sahariana

conflittiNel marzo del 2006, l’allora responsabile delle comunicazioni del Consiglio per la pace e la sicurezza dell’Unione Africana, Hassan Ba, dichiarò che l’Africa stava vivendo una situazione generale di post-conflitto e aggiunse che alcune eccezioni come il Darfur, erano realtà già fortemente ridimensionate rispetto ai mesi precedenti, mentre altre sacche minori di instabilità non erano che “problemi interni”.

Trascorsi più di sette anni dalla dichiarazione del politico senegalese, l’Africa non ha ancora smesso di combattere mentre una delle situazioni conflittuali “fortemente ridimensionate” citate da Hassan Ba, quella del Darfur, la regione occidentale del Sudan, dove, dal febbraio 2003, è in corso una guerra tra le locali etnie di pastori transumanti di origine araba, sostenute militarmente dal governo di Khartoum, e quelle di discendenza africana dedite all’agricoltura di sussistenza, non è ancora risolta.

Nel febbraio 2008, secondo le Nazioni Unite, il conflitto nella regione aveva provocato oltre 300mila vittime (400mila per le organizzazioni umanitarie non governative), gran parte delle quali causate dalla campagna di sterminio messa in atto dalle milizie janjaweed supportate dal governo sudanese.

Nella lettura di questo dato, sorprende che da oltre cinque anni non ci siano più aggiornamenti disponibili sul numero dei morti originati dagli scontri in Darfur, mentre gli oppositori accusano Khartoum di praticare la pulizia etnica nella regione e il presidente sudanese al-Bashir ha sempre rigettato sdegnosamente i calcoli dell’Onu definendoli mera propaganda.

Non è recente nemmeno l’ultima stima complessiva sulla situazione degli sfollati, che un rapporto pubblicato nel dicembre 2010 dall’Internal Displacement Monitoring Centre (Idmc), indica in numero superiore a 2 milioni e 700mila.

Cifre comunque in continua crescita, nonostante la presenza nella regione di una missione di pace ibrida Onu–Unione africana denominata Unamid, approvata dalle Nazioni Unite il 31 luglio 2007. Missione che ha previsto l’invio di 20mila soldati, più di 6mila poliziotti e una nutrita componente di personale civile.

Tutto ciò malgrado l’ultimo accordo di pace firmato il 23 febbraio 2011 a Doha, in Qatar, tra Khartoum e i ribelli del Jem che non è stato in grado né di fermare il conflitto né di assicurare una stabilizzazione dell’area.

Sempre in Sudan, da quando il Sud si è separato dal resto del paese, grazie a un referendum nel luglio 2011, l’equilibrio tra le due regioni – protagoniste da quasi trent’anni di una guerra sanguinosa – resta molto instabile, malgrado le speranze iniziali: soprattutto a causa della gestione delle risorse petrolifere, l’unica grande fonte di sostentamento dell’economia per entrambi gli stati.

Senza dimenticare che nelle provincie orientali, dove si trovano la più grossa miniera d’oro, il principale porto e la maggiore raffineria del paese, le etnie beja rivendicano più rappresentanza politica e risorse.

Oltre al Darfur, la situazione è ancora instabile nella regione orientale della Repubblica democratica del Congo, dove nell’aprile del 2012 una nuova formazione ribelle di matrice filo-ruandese denominata M23 ha imbracciato le armi contro il governo centrale, reo di non aver rispettato gli accordi di pace siglati il 23 marzo del 2009 con gli ex ribelli del Cndp (Congresso nazionale per la difesa del popolo), una formazione paramilitare tutsi di base nelle province orientali del Congo dal 2006 al 2010, sulla scia della quale è nato l’M23.

I circa tremila miliziani del Movimento 23 marzo, guidati dal colonnello Emmanuel Sultani Makenga, hanno seminato caos e morte in tutto il Kivu e alla fine dello scorso novembre erano riusciti a prendere la città di Goma, capitale della provincia e città strategica dell’est della Repubblica democratica del Congo, per poi ritirarsi alcuni giorni dopo.

Le ultime notizie che arrivano dalla regione riportano una strenua opposizione dell’M23 all’accordo firmato lo scorso 24 febbraio ad Addis Abeba da undici paesi africani. L’intesa prevede l’integrazione di una forza neutra africana all’interno della locale missione di pace delle Nazioni Unite in Congo (Monusco) come Brigata d’intervento, con il compito di controllare le frontiere tra Congo e Ruanda per neutralizzare le forze ribelli.

Tuttavia, nelle ultime settimane si stanno registrando un numero crescente di defezioni nei ranghi del movimento. Per il governatore del Nord Kivu, Julien Paluku, più di 500 tra soldati e ufficiali si sono già consegnati alla Monusco nel territorio di Rutshuru.

D’altra parte, in un recente rapporto l’Onu ha confermato che l’M23 sta reclutando con la forza piccoli combattenti, mentre un migliaio di congolesi sarebbe fuggito nella confinante Uganda per evitare di essere costretti ad imbracciare le armi.

Importante osservare che Darfur, Sud Sudan e Repubblica Democratica del Congo sono accomunati da lunghi anni di negoziati e poi da interminabili processi di transizione democratica, che alla fine hanno consegnato le istituzioni politiche e il legittimo potere che ne deriva proprio ai protagonisti delle carneficine, della corruzione e del saccheggio di materie prime.

Tra gli stati in fase post bellica, spicca l’esempio della Liberia. Dopo una guerra civile che ha lasciato sul campo più di 400mila morti e si è conclusa nell’estate del 2003 con il volontario esilio in Nigeria del dittatore Charles Taylor, il paese afro-occidentale ha incominciato a voltare pagina.

Nel 2005, con l’aiuto delle Nazioni Unite e dell’Unione africana, il popolo liberiano è riuscito ad andare alle urne con la possibilità di scegliere i due principali candidati alla presidenza – l’economista Ellen Johnson Sirleaf e l’ex calciatore George Weah – che non erano coinvolti nel conflitto precedente. La vittoria è andata a Ellen Johnson Sirleaf, prima donna africana a essere eletta capo di stato, che finora non ha deluso le aspettative.

Allargando lo sguardo al resto del continente, emergono altre situazioni critiche, minori solo per entità ed estensione di persone e territori coinvolti. In Senegal, ad esempio, gli indipendentisti del Movimento delle forze democratiche della Casamance (Mfdc), la regione meridionale in conflitto da decenni con il potere centrale, continuano a combattere seppur più sporadicamente che in passato e con minore impatto sulla stabilità dell’area.

In conclusione, la caratteristica delle guerre africane è quella di non essere conflitti intra-statuali, ma di assumere sempre la dimensione di conflitti interni nei quali si contrappongono fazioni che, come nel caso dell’M23, sono sostenute da attori esterni. Questi conflitti determinano un basso, ma persistente livello di instabilità e insicurezza, che solo per periodi brevi raggiunge un’intensità elevata.

Si tratta dunque di situazioni complesse e difficili da gestire, che avrebbero bisogno di una risposta forte da parte degli organismi regionali ed internazionali che si occupano del mantenimento della pace e della sicurezza.

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