Omofobia in Uganda: è di nuovo caccia alle streghe

Il ministro ugandese dell'Etica e dell'integrità Simon Lokodo

Il ministro di Stato per l’Etica e l’integrità in Uganda Padre Simon Lokodo

“Exposed”, “smascherati”. Così, lo scorso 25 febbraio, l’edizione cartacea del quotidiano ugandese Red Pepper titolava l’apertura della sua prima pagina, pubblicando una lista con i nomi, i cognomi e addirittura in alcuni casi le foto di duecento persone gay del paese.

Dopo l’ennesimo lancio della caccia alle streghe da parte di un giornale locale, che stavolta ha fatto seguito all’approvazione della controversa legge che prevede pene detentive fino all’ergastolo per l’omosessualità, la comunità Lgbt dell’Uganda, che già viveva in condizioni difficili, per difendersi è dovuta ricorrere a drastiche misure.

Tra le quali, la cancellazione degli account su Twitter, Instagram e Facebook, fino ad arrivare alla decisione di lasciare il paese per rifugiarsi in Kenya, dove ci sono leggi antigay, ma la polizia è meno aggressiva nei confronti degli omosessuali, oppure in Burundi, Ruanda e Sudafrica. Quelli che sono rimasti, invece, ormai vivono in clandestinità, mentre gli attivisti gay ugandesi hanno distrutto tutto il materiale di promozione dei diritti degli omosessuali, come poster e volantini.

Da quando il presidente Yoweri Museveni, che da ventotto anni esercita il potere nel paese africano, ha firmato la legge ci sono stati molti arresti, aggressioni e molestie nei confronti degli omosessuali, inasprendo una situazione già molto critica, come dimostrano i 52 attacchi nei confronti di persone gay, documentati da gruppi di attivisti nello scorso dicembre.

In questo clima persecutorio, però, appare poco chiaro anche l’atteggiamento dell’Uganda verso l’eterosessualità, poiché Museveni in un comunicato ufficiale indirizzato al presidente americano Obama, ha scritto che avrebbe perso il consenso del popolo, se qualcuno lo avesse visto baciarsi in strada con sua moglie Janet, con la quale è sposato da 41 anni.

Nella missiva, il presidente ugandese ha motivato l’introduzione della controversa legge antigay per rafforzare la coesione della famiglia africana e per combattere le molestie verso i minori, le alte percentuali di divorzio e la trasmissione dell’Hiv.

Questa “nobile” crociata ha radici lontane: le prime discriminazioni risalgono già al periodo coloniale inglese. In tempi più recenti, hanno gettato concime in un terreno tanto fertile alcuni cristiani evangelici americani come Scott Lively, presidente della Abiding Truth Ministries, e Don Schmierer, direttore della disciolta organizzazione Exodus International,  che attraverso il potere di Gesù Cristo intendeva liberarci dall’omosessualità identificata come male assoluto e lesiva di una società basata sul matrimonio.

Il presidente degli Stati Uniti e molti capi di governo occidentali hanno minacciato di sospendere gli aiuti all’Uganda, se la normativa non sarà riformata. Mentre la Banca mondiale ha congelato il prestito di 90 milioni di dollari destinato a rafforzare il sistema di assistenza sanitaria del paese. Analoga decisione è stata presa da Danimarca, Paesi Bassi e Norvegia che hanno interrotto i loro programmi assistenziali.

Tuttavia, c’è da costatare che prima di essere approvata, la formulazione della norma è stata modificata con la cancellazione della pena di morte, che era inclusa nel primo testo varato dal deputato David Bahati, noto per il suo fervore religioso evangelico (sulla vicenda della proposta di legge nota come “Kill the gay” sta per uscire un documentario girato dal premio Oscar Roger Ross Williams).

Poche settimane prima dell’approvazione delle misure antigay, l’Università di Buckingham aveva deciso di non accreditare più i corsi della Victoria University di Kampala, una delle più importanti istituzioni culturali ugandesi, che da due anni collaborava con il prestigioso ateneo britannico.

Sul Daily Monitor, uno dei quotidiani più importanti dell’Uganda, sono comparsi commenti feroci contro la scelta della prima Università indipendente del Regno Unito, come quello scritto da Ben “Se accettiamo l’omosessualità, presto vorremmo avere la libertà di fare sesso con altri animali”, oppure un altro di Daudi Mulumba, che gioisce della fine della collaborazione con la Buckingham University scrivendo: “Ottima notizia! Un altro grosso centro di propagazione dell’omosessualità ha chiuso!”.

Un altro messaggio di ferma condanna porta la firma di Jibril Nturi che afferma: “Una cosa senza senso. Forse la Victoria University si occupava di insegnare l’omosessualità? Come hanno fatto a considerare gli omosessuali come un problema di interesse accademico? Sembra che il fine ultimo della Buckingham University sia di promuovere il vizio attraverso l’educazione. Lasciamo che gli europei tutelino i diritti degli animali nella loro società corrotta e malata”.

Senza tralasciare le dichiarazioni shock rilasciate dal Reverendo ugandese Padre Simon Lokodo, che durante un’intervista con il comico, scrittore, presentatore e attivista gay, Stephen Fry, ha affermato che lo stupro eterosessuale è preferibile a un rapporto omosessuale.

Lokodo, che è l’attuale ministro di Stato per l’etica e l’integrità in Uganda, sostiene di avere diversi studi in teologia e di ritenersi un buon cristiano che difende il suo paese dalla minaccia dell’omosessualità.

In una puntata del popolare programma della Cbs “Late Late Show with Craig Ferguson”, Fry ha raccontato dell’incontro con il Reverendo Lokodo, spiegando che dopo avergli formulato la domanda se l’omosessualità era peggio di uno stupro eterosessuale di un bambino, Lokodo ha risposto: “Lasciate che lo facciano fin quando si trovi la giusta via”.

Il resoconto video della partecipazione di Stephen Fry al talk-show creato da David Letterman, durante la quale il presentatore inglese riferisce i contenuti della sua conversazione con il ministro ugandese, è visibile su you tube.

Nel corso di una recente intervista alla Cnn, Lokodo ha anche detto che il comportamento omosessuale è ripugnante per la vita del popolo dell’Uganda.“Se volete fare le vostre cose, fatele da soli, ha affermato Lokodo, ma per favore, non mettete in imbarazzo, non coinvolgete, non portate alcun ugandese a questa attività, perché non è accettabile“.

Punti di vista, forse, condivisi da una buona parte della società civile ugandese, che danno la misura di quello che da alcuni anni sta accadendo nel cuore dell’Africa nera.

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