Il Nord Africa argina il fenomeno del terrorismo islamista

Image Border Editor: https://www.tuxpi.com/photo-effects/borders«Nell’ultimo anno, l’attività islamista militante e le relative vittime causate dagli attacchi terroristici in Nord Africa sono diminuite del 23%, proseguendo una tendenza in atto dal 2015. Praticamente, tutti i 222 eventi violenti e i 313 morti segnalati negli ultimi dodici mesi nella regione si sono verificati in Egitto e sono riconducibili alla provincia del Sinai dello Stato islamico (Wilaya Sinai, precedentemente nota come Ansar Bayt al-Maqdis)».

I dati sono estrapolati dal nuovo report sull’evoluzione della minaccia jihadista nel continente africano, pubblicato lo scorso 9 agosto dal Centro di studi strategici sull’Africa (Acss), con base a Washington, che in Africa settentrionale evidenzia un calo del 50% degli episodi violenti dal 2019. Mentre il numero delle vittime corrisponde a meno del 10%, rispetto ai decessi registrati nel 2015 e nel 2016. Se confrontate con le rilevazioni della macro-regione subsahariana, quelle relative al Nord Africa, che include Algeria, Libia, Egitto, Tunisia e Marocco, sono senz’altro positive.

È lecito chiedersi, quindi, cosa ha prodotto la significativa attenuazione del fenomeno nell’area, soprattutto nei paesi del Maghreb. La risposta trova riscontro nelle politiche e nei programmi sviluppati da Algeria, Marocco e Tunisia per affrontare la radicalizzazione e l’estremismo violento, a partire dall’emarginazione socio-economica presente in quei paesi.

In Algeria è stato adottato lo stretto monitoraggio degli imam e delle istituzioni religiose e per confutare le convinzioni estremiste sono stati cooptati ideologi del radicalismo islamico, che militavano nelle organizzazioni terroristiche. Oltre alla creazione di programmi televisivi, stazioni radio e siti web per promuovere l’interpretazione ufficiale dell’islam, unite al lancio di una serie di campagne sui social media per contrastare la propaganda jihadista.

Mentre in Marocco, dopo gli attentati di Casablanca, che nel maggio 2003 provocarono la morte di 33 persone e dei 12 attentatori suicidi, Rabat ha disposto il censimento delle moschee, con la chiusura di quelle non agibili, e la distribuzione di uno stipendio regolare agli oltre 45mila imam del paese; oltre alla nomina della prima mouchidate (donna imam).

Le autorità marocchine hanno poi inasprito la legislazione antiterrorismo e nel settembre 2014 hanno messo in atto il programma di sicurezza Hadar supportato da ingenti risorse economiche, che ha il suo cardine in pattugliamenti regolari da parte delle forze di sicurezza per proteggere i civili in tutto il regno e nella condivisione di informazioni con i paesi europei per evitare attentati. Dall’avvio di Hadar, i servizi di intelligence marocchini hanno smantellato una dozzina di cellule e arrestato quasi un migliaio di sospetti.

In Tunisia, i due attacchi su larga scala al Museo del Bardo e al resort turistico di Sousse nel golfo di Hammamet, nel marzo e nel giugno 2015, hanno portato il governo nel 2016 ad adottare una strategia nazionale antiterrorismo con il supporto dell’Unione europea, basata su quattro componenti fondamentali: prevenzione, protezione, monitoraggio e risposta agli attacchi.

Una strategia volta non solo a contrastare il terrorismo, ma anche a prevenire l’insorgere di fattori e condizioni che potrebbero indurre al coinvolgimento in attività terroristiche. Tunisi mantiene sempre alta la soglia dell’attenzione, considerando che sono oltre 1.500 i prigionieri detenuti nelle carceri tunisine accusati di fare parte di organizzazioni terroristiche islamiste, mentre sono più di mille i combattenti radicali rientrati nel paese nordafricano, dopo aver partecipato fra le file del sedicente gruppo Stato islamico ai conflitti mediorientali.

Nella frammentata Libia, le cellule dello Stato islamico sono ancora presenti nel Fezzan, nel sudovest del paese, dove nel 2018, dopo un periodo di dormienza, hanno ripreso gli attacchi e la propaganda per segnalare la rinnovata presenza e arruolare nuove reclute. Poi, dopo un anno di relativa calma, nel 2021 le azioni del gruppo si sono nuovamente intensificate, acutizzando i già elevati livelli di tensione tra le fazioni libiche in competizione per dominare la parte sud-occidentale del paese.

Infine in Egitto, dove ancora si registrano 313 decessi e 222 attacchi nel Sinai per mano della locale provincia dello Stato islamico, che concentra gli attentati e le imboscate ai soldati nel nord della regione.

Per contrastare il fenomeno, le forze armate egiziane utilizzano la tattica del contenimento e non dello sradicamento. Una strategia che comporta una dura repressione militare con molteplici tentativi di accordo con i clan tribali della zona, nel tentativo di arginare gli arruolamenti nell’Isis e nelle varie organizzazioni estremiste islamiche, che continuano con regolarità.

Nel 2019-2020 l’Egitto ha investito nel Sinai 5,23 miliardi di sterline egiziane cioè 273,2 milioni di dollari al cambio attuale, oltre la metà dei quali sono confluiti nel nord della regione, l’area più martoriata dal terrorismo islamista, e indirizzati soprattutto nell’ambito dell’educazione, dell’acqua, dei trasporti, dell’immobiliare e delle infrastrutture.

Tuttavia, rimangono numerose ombre sulla lotta al terrorismo in Egitto, rilanciate dall’organizzazione Human Rights Watch, che sulla base di un documentato dossier ha accusato Il Cairo di portare a pretesto uno scontro con fantomatici “terroristi” per giustificare quella che spesso non è altro che l’eliminazione di oppositori politici.

Articolo pubblicato su Nigrizia.it

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