Una cooperazione inemendabile

Swaziland3.0000000067-1024x685Il governo si lancia nella riforma della cooperazione internazionale con un testo brutto e culturalmente datato, riportandola nel secolo scorso. La Farnesina si tiene stretti indirizzi e poteri e delega la gestione ordinaria ad un’agenzia, mentre i privati possono continuare a fare il loro lavoro all’estero, ma con i soldi di tutti. Cooperative e commercio equo sono promossi con riserva. Bocciate le donne e i volontari, le comunità e la partecipazione.

di Monica Di Sisto e Riccardo Troisi  (comune-info.net)

E’ ormai una triste consuetudine che quando un Parlamento e/o un esecutivo zoppichino e vogliano farlo dimenticare ai propri cittadini, concentrino le proprie attenzioni sulla cooperazione allo sviluppo.

Fondi, proposte di legge, conferenze ipermediatiche: vale tutto quando sei in crisi di risultati e vuoi buttarla sull’esotico. In questo stesso trend il Consiglio dei Ministri di venerdì 24 gennaio ha licenziato una proposta di legge di propria iniziativa da far accapponare la pelle.

Se altri ritengono che “comunque sia un buon segno quando la Politica si occupa di noi”, a volte noi vorremmo invece che ci dimenticasse proprio, si tenesse i quattro soldi che alla fine destina davvero alla “buona cooperazione”, e in totale trasparenza continuasse a promuovere con soldi pubblici amici e parenti senza dover mettere mano a regole, che poi hanno l’ambizione di definire lo spirito di responsabilità di cittadinanza globale di tutti gli altri.

Ma è l’architettura generale che fa rabbrividire: nonostante in questi anni si siano moltiplicate le occasioni in cui la Politica si è confrontata con le organizzazioni che fanno cooperazione, si siano proposti comodini, sgabelli e intensi scambi di corrispondenze a tutti i livelli, o quello che hanno visto è solo ciò che somiglia a ciò che da sempre piace alla diplomazia farnesina (una cooperazione di governo, prona alla ragion di stato, civile ma anche militare, e soprattutto a totale servizio delle poche imprese italiane che fanno affari in giro).

Oppure continuano a imporre con una certa arroganza le proprie priorità, cercando di imbambolare i neofiti del Parlamento disseminando qui e lì nel testo innocue citazioni di presunte misure di controllo di spesa. E se i neofiti poi ci cadranno, sarà loro responsabilità aver aperto la cassaforte a Diabolik, pensando di riuscire a impressionarlo con un po’ di baruffa da emiciclo.

Entriamo, dunque, nello specifico della proposta. Da dove nascerebbe la Politica di cooperazione italiana? Forse da un vero meccanismo di partecipazione che cercherebbe di tenere insieme le mille piccole e piccolissime esperienze civiche di aiuto e di relazione tra comunità che fanno della cooperazione italiana un unicum? Certo che no: la si affiderebbe a una patinata Conferenza per la cooperazione (art. 15) convocata per volere dell’istituzione, dove potrebbero prendere la parola tra gli altri, solo le reti delle “maggiori” organizzazioni rappresentate.

Dalle sue finalità emerge chiaramente la debolezza dell’impianto politico-culturale sottostante. Si fa riferimento, ad esempio, ad  una generica riduzione della povertà, cioè ci si concentra sull’effetto senza ambire ad intaccare la sua vera causa che è la disuguaglianza: la necessità di riequilibrio delle relazioni economiche, sociali e biodiverse a partire da una visione condivisa di che cosa significhi vivere dignitosamente a Nord e a Sud, e nei Nord e nei Sud di questo pianeta che condividiamo.

La priorità della crisi ambientale non è nemmeno in agenda, allusa in un generico “sviluppo sostenibile”, anch’esso uno strumento, più che un fine, ammesso che di sviluppo si debba proprio parlare ancora oggi.

Non si sceglie nemmeno che cosa sia giusto fare e che cosa no, visto che, ad esempio, la commistione tra cooperazione civile e militare resta dogma intatto ed indiscusso. E’ vero che i fondi per la cooperazione non possono essere distolti per attività militari, ma non si esplicita che non possano essere utilizzati nell’ambito delle cosiddette “missioni di pace”.

Nonostante, dunque, non sappiamo davvero bene che fare e come capirlo, una cosa è ben chiara: che la cooperazione resta ben stretta nelle mani della Farnesina, che decide a suo piacere il tipo di interventi che farà, ad esempio, a livello multilaterale, cioè nell’ambito delle Nazioni Unite, di Organizzazioni Internazionali, dell’Ocse e degli altri organismi affini, ma anche di Banche e fondi dal discutibile operato (art 3-4), rispondendo essenzialmente a se stesso, anzi ad un Comitato (art. 20) che cogestisce insieme all’Economia, e a cui invita altri ministeri solo se lo ritengono opportuno.

L’Agenzia (Art. 16) che avrebbe dovuto incaricarsi a tutto tondo della gestione della cooperazione pubblica e in forma terza, resta di fatto un suo dipartimento, puramente esecutivo, che si smazza carte e burocrazia senza alcuna autonomia di pensiero e di dialogo con la società civile.

Il Fondo unico che dovrebbe alimentare le attività sul campo resta invece gelosamente spezzettato tra i dicasteri che già oggi lo amministrano, con una accresciuta trasparenza tutta da conquistare, più che altro affidata al buon cuore di un costituendo Comitato Interministeriale (art. 14)

Come si fa, dunque, a raggiungere una pur citata coerenza delle politiche, alla quale più volte siamo stati richiamati dall’Ocse-Dac e dalle altre organizzazioni internazionali negli ultimi anni, se non ci diamo né i luoghi né gli strumenti per discutere le scelte di fondo e i finanziamenti con i quali intendiamo muoverci all’estero.

Non ci diamo nemmeno un ministro con piena autonomia e portafogli: secondo il governo dobbiamo farci bastare un vice, e che chieda la paghetta al ministro degli Esteri, se vuole davvero fare il suo mestiere

Una tempesta di ciliegine su questa torta imbarazzante, la spargono, però, gli articoli 24 e 26, che si dedicano alla cooperazione dei privati cittadini, e cioè, rispettivamente, delle organizzazioni senza scopo di lucro e di quelle che invece per loro scopo fanno profitto.

Se, suggestivamente, l’art. 24 investe con grande serietà il Comitato interministeriale del compito di stabilire con apposito regolamento se una cooperativa o un’organizzazione di commercio equo e solidale facciano davvero cooperazione allo sviluppo, sia chiaro a tutti che le imprese, invece, la fanno per diritto infuso.

Entrano, esse, infatti, insieme agli istituti bancari dalla porta principale nel Sistema Italia, e viene riconosciuto testualmente il fatto che possano operare all’estero continuando per nome e per conto del nostro paese a fare il loro lavoro, cioè il profitto e la concorrenza, che il dizionario italiano pone come contrario e non sinonimo di cooperazione, purché lo facciano con trasparenza e responsabilità sociale, passandosi cioè una mano sulla coscienza.

Queste cose chi le controlla? Nessuno, naturalmente. Anzi, è consentito loro che per fare il loro mestiere abbiano anche accesso al Fondo di rotazione per i crediti d’aiuto (art. 7), cioè fondi aggiuntivi per i loro investimenti.

Ci dicono, in molti: possiamo farla discutere in parlamento, questa proposta, e lavorare sugli emendamenti. Gli rispondiamo, in tutta onestà: come si emendano visioni così lontane, che non autorizzano, ad esempio, le organizzazioni dei paesi che vogliamo aiutare a diventare attori della cooperazione e a dire la loro, a percepire direttamente fondi, senza intermediazioni, senza questua?

Come si emenda un linguaggio e un pensiero da secolo scorso, dove ancora si parla di “aiuti” e di “sviluppo”, senza nemmeno mascherarlo, come fa l’Europa, con un aggettivo un po’ più politically correct, come sostenibile, o inclusivo? Dove sono le donne, le comunità, i volontari? Dove è la carne viva di tante e tanti che senza sigle e senza caschetti pensano insieme un mondo diverso, molto diverso, che non vuole “aiuto” ma libertà e giustizia?

Emendate loro, se siete capaci. Per noi la cooperazione, al contrario, deve ripartire proprio da qui.

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